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IMPLANTOLOGIA TRANSMUCOSA NELLA TUA CITTA - OGGI PER SOTTOPORTI ALLE VERIFICHE DI FATTIBILITA' DI QUESTA TECNICA IMPLANTOLOGICA NON BISOGNA PIU' SPOSTARSI DALLA PROPRIA CITTA' BASTA CLICCARE SULLA CITTA' DI APPARTENENZA INVIARE IL FORM DI CONTATTO E IN GIORNATA VI INVIEREMO TUTTE LE INFORMAZIONI UTILI PER IL PRIMO APPUNTAMENTO IN STUDIO.

LISTA CITTA' ITALIANE
Prezzi Riabilitazione arcata completa - con protesi fissa su impianti partono da circa 7.000 euro per una protesi fissa con 4 impianti e denti in resina composita fino a circa 12.000 euro per denti in ceramica. Tali prezzi comprendono l' intervento, la panoramica e la sedazione cosciente.

 

Soluzioni implantari


Pultroppo in Italia Tantissimi dentisti nonostante siano tali, faticano a seguire tutte le informazioni e gli aggiornamenti nell'ambito tecnologico, non sempre sono a conoscenza delle nuove tecniche, ecco perchè oggi oltre che iportante risulta indispensabile, scegliere con la dovuta attenzione lo studio medico dove recarsi, si informi, su quali metodiche di intervento usa.

La gamma standard di impianti Nobel Biocare include soluzioni per tutte le indicazioni, da protesi di elementi singoli a protesi per pazienti completamente edentuli ed offrono le migliori soluzioni estetiche e la migliore qualità possibile a professionisti e pazienti.

 

 

NobelGuide™

NobelGuide™ è un concetto di trattamento completo per tutte le indicazioni.

 

 

precisione digitale per tutte le indicazioni

NobelGuide™ è la soluzione completa per la diagnosi, la pianificazione basata su criteri protesici, la chirurgia guidata e la protesizzazione di impianti dentali. È possibile pianificare e trattare casi con edentulia da parziale a totale.

Vantaggi di NobelGuide™

  • Per tutte le indicazioni
  • Facilità di impiego, sicurezza e affidabilità
  • La pianificazione inizia con un progetto protesico
  • Efficienza maggiore attraverso un approccio di squadra interdisciplinare
  • Mascherina chirurgica per procedure di chirurgia minimamente invasive

concetto NobelGuide™


  1. Guida radiografica
    Fornisce una rappresentazione dell'assetto dentale finale ed è il fondamento della pianificazione basata su criteri protesici.
  2. Mascherina chirurgica
    La mascherina chirurgica viene creata in base a una guida radiografica e alla pianificazione.
  3. Manicotto guida
    Integrati nella mascherina chirurgica, i manicotti guida forniscono un controllo sicuro per il fresaggio e il fissaggio durante il posizionamento degli impianti.
  4. Perno di ancoraggio
    La mascherina chirurgica pronta all'uso fornisce un controllo sicuro per il fresaggio e l'inserimento degli impianti.
  5. Protesi
    L'esito positivo della protesi implantare deriva da una solida pianificazione basata sulla considerazione di aspetti biologici, funzionali, biomeccanici ed estetici.

perché NobelGuide™

Vantaggi di NobelGuide™.

che cos'è NobelGuide™

Spiegazione del concetto NobelGuide™.

posizionamento affidabile degli impianti

La pianificazione inizia con la valutazione del risultato finale da ottenere.

condivisione semplificata delle informazioni di pianificazione

Approccio di squadra interdisciplinare.

riduzione della complessità procedurale

Unica risorsa per tutti i componenti e per l'assistenza.

comunicazione efficace

I componenti dell'équipe lavorano a più stretto contatto.


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impianti Tapered

L'esclusiva forma della nostra famiglia di impianti Tapered simile alla radice del dente naturale fornisce un'eccezionale stabilità iniziale, semplifica la preparazione del sito e facilita il posizionamento

impianti a parete parallela

Grazie all'impiego di protocolli e procedure di fresatura estremamente semplici, provati e sicuri, la nostra famiglia di impianti paralleli è molto versatile e può offrire la soluzione ideale per tutte le indicazioni.

protesi implantari Procera®

La nostra ambizione è di raggiungere il massimo risultato estetico e funzionale in ogni situazione clinica.

soluzioni protesiche

Gli abutment biocompatibili Nobel Biocare in zirconio o titanio possono essere personalizzati per ottenere risultati estetici ottimali.

formazione sugli impianti

Scegliere e usare gli impianti corretti per le ricostruzioni implantari è estremamente importante.

L'edentulismo rappresenta un problema sociale d'estrema importanza: il "National Institute of Dental Research" ha rilevato come, ad esempio, il 42% della popolazione americana sopra i 65 anni, e il 4% in età compresa tra i 34 e i 64 anni, mostra una parziale o completa assenza di denti naturali, con necessario ripristino della funzione masticatoria per mezzo di protesizzazioni fisse o rimovibili. La protesi rimovibile di tipo tradizionale è spesso poco tollerata sia per motivi psicologici sia funzionali, causa dell'estrema difficoltà di preparare un manufatto soddisfacente soprattutto in termini di stabilità. L'uso d'impianti dentali può risolvere o migliorare queste problematiche, consentendo in alcuni casi il confezionamento di una protesi fissa al posto di quella rimovibile, in altri dando stabilità a protesi rimovibili.

Dati alla mano circa l'andamento del mercato mondiale odontoiatrico indicano come in alcuni settori del dentale ci sia un certo ristagno in termini di crescita di mercato, mentre per quanto riguarda l'implantologia si è avuta in questi anni, quasi in controtendenza, una rapida evoluzione. La crescita più importante si è avuta nel mercato giapponese, in successione in quello americano e, subito a ruota, in quello europeo. Per decenni l'odontostomatologo ha desiderato un sistema valido e sicuro per ancorare le protesi rimovibili alle ossa mascellari. Impianti con diverse forme sono stati proposti ed utilizzati allo scopo di garantire efficienza e prevedibilità di risultati. A metà degli anni sessanta Brånemark rivelò un importante fenomeno biologico intercorrente tra tessuto osseo vitale e superficie di titanio, in seguito conosciuto come osteointegrazione. Egli osservò una connessione anatomica e funzionale tra il tessuto osseo e la superficie dell'impianto, anche se sottoposto a carichi statici e dinamici. Nella sua scia seguirono protocolli sperimentali e clinici per definire il successo della terapia implantare, riferibile alla qualità e alla quantità del tessuto osseo neoformatosi, ad impianto inserito, all'interfaccia fixture-tessuto biologico.

Grazie all'ottima integrazione che si realizza tra osso e titanio, la percentuale di successo implantare ha globalmente raggiunto l'85% a un anno e l'80% a 5 anni. Si è quindi verificata un'enorme espansione del numero di prodotti sul mercato, degli operatori che ne fanno uso e dei casi clinici eseguiti. L'attenzione dei clinici e delle case produttrici, si è rivolta pertanto a identificare le cause responsabili della quota degli insuccessi residui, al fine di ovviarle. Negli ultimi anni si sono così moltiplicati gli studi e le sperimentazioni "in-vivo" e "in-vitro". Dall'analisi della letteratura si evince che l'insuccesso implantare debba prevalentemente ricondursi ad un carico scorretto o ad infezione batterica, oppure ad entrambi questi fattori. Lo stato di malattia e di salute dei tessuti perimplantari è indotto dalle stesse variazioni di flora batterica che avvengono nel parodonto, attorno agli elementi naturali.

Tuttavia, sebbene non esista un'associazione causale tra tipo di flora e fallimento impiantare, è universalmente riconosciuto che un'elevata carica batterica (macroscopicamente visibile come accumulo di placca) sia la causa dell'infiammazione parodontale e del riassorbimento osseo perimplantare. In implantoprotesi i nemici più temibili, dal punto di vista microbiologico, sono la perimplantite e il riassorbimento angolare. Uno dei maggiori rischi d'infezione attorno a sistemi implantari a due fasi è relativo alla presenza di un "gap" tra l'impianto endosseo e il moncone; tale spazio può servire da serbatoio stagnante ai fini di reinfezione del solco perimpiantare. L'interfaccia osso-impianto rappresenta uno dei punti focali degli studi sulle cause del fallimento implantare. Nel 1996, Richard dichiarò che ogni divario tra impianto e moncone e tra moncone e protesi costituisce un serbatoio microbico capace di reinfettare il solco perimplantare. In assenza di flogosi, l'organismo si sforza di realizzare una barriera meccanica alla penetrazione batterica perimplantare e la mucosa che circonda l'impianto si ricopre così di tessuto ortocheratinizzato denso di fibre collagene. Tali fibre decorrono parallele alla superficie implantare, mimando il sigillo biologico costituito dal legamento parodontale.

Attualmente, il mercato offre un'ampia scelta d'impianti che differiscono tra loro per disegno, struttura, tipo e sede di connessione tra impianto e moncone, e tra moncone e sovrastruttura protesica. Data ormai per acquisita la validità del processo osteointegrativo del titanio nei confronti dei tessuti duri orali, le diverse case produttrici d'elementi implantari si sono dedicate alla ricerca di varianti strutturali tese a migliorare le caratteristiche funzionali e la durata nel tempo degli impianti stessi. Il complesso impianto-moncone-protesi presenta soluzione di continuità a due livelli, in altre parole dove le tre parti si connettono tra loro. La giunzione impianto-moncone, in base alle diverse case produttrici, può situarsi sotto, sopra, o a livello della cresta ossea. La giunzione moncone-protesi può essere anch'essa localizzata a livelli differenti, ma solitamente risiede a livello iuxtagengivale. Tuttavia, pur di fronte ad una così evidente affermazione, non mancano certo i casi d'insuccesso. Per esempio, eccessivi carichi masticatori, impianti dalle forme non geometricamente corrette o errori nel posizionamento da parte dell'odontoiatra possono portare a breve o a lungo termine al fallimento dell'impianto dentale con la solita ricaduta sul paziente.

Uno dei punti più dibattuti, riguardante il fallimento degli impianti dentali, è certamente il riassorbinento della cresta ossea e la distribuzione degli sforzi lungo l'intera struttura dell'impianto. Attualmente, quasi tutte le filosofie impiantologiche sono fautrici di tecniche d'inserzione degli impianti in cresta. Negli studi condotti su impianti Brånemark, si sono riscontrati, per esempio, un riassorbimento osseo pari a 1 mm nel primo anno di funzionamento e, negli anni successivi, una perdita media annuale pari a 0,2 mm. è chiaro che tutto ciò può portare, nell'arco di poco tempo, a considerevoli perdite ossee, a locali infezioni e accumuli di placca batterica, con conseguente mobilizzazione protesica e con ricadute gravose sul paziente. Ruolo fondamentale per il mantenimento nel tempo dell'osteointegrazione riveste la biomeccanica implantare, soprattutto per quanto riguarda il trasferimento dei carichi occlusali alle strutture ossee, e le relative problematiche circa la connessione impianto-abutment. L'uso di modelli matematici "Finite Element Analysis (FEA)" affiancati ai test condotti in laboratorio rappresenta un insieme di metodi validi in grado di fornire preziose informazioni al riguardo. Tutto ciò si riflette sullo studio dei fenomeni di rimodellamento osseo come risposta al carico protesico dei tessuti biologici.

Il presente lavoro vuole essere di duplice servizio: illustrativo circa l'attività di ricerca condotta nell'ambito dell'implantologia moderna con valutazioni scientifiche sugli aspetti strutturali, biologici e biomeccanici degli impianti dentali e di stato dell'arte sulla sistematica implantare BICON®. In particolare, per quanto riguarda l'analisi strutturale la ricerca ha coinvolto solo la sistematica implantare BICON® attraverso test meccanici di compresssione, mentre per gli aspetti biologici e biomeccanici come confronto tra la sistematica BICON® e le sistematiche universalmente riconosciute dalla comunità odontoiatrica che sfruttano l'uso di viti per fissare l'abutment alla fixture.

 

I

  • Implantologia transmucosa Abruzzo
  • Implantologia transmucosa Agrigento
  • Implantologia transmucosa Alessandria
  • Implantologia transmucosa Ancona
  • Implantologia transmucosa Aosta
  • Implantologia transmucosa Arezzo
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  • Implantologia transmucosa Asti
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  • Implantologia transmucosa Emilia-Romagna
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L'edentulismo rappresenta un problema sociale d'estrema importanza: il "National Institute of Dental Research" ha rilevato come, ad esempio, il 42% della popolazione americana sopra i 65 anni, e il 4% in età compresa tra i 34 e i 64 anni, mostra una parziale o completa assenza di denti naturali, con necessario ripristino della funzione masticatoria per mezzo di protesizzazioni fisse o rimovibili. La protesi rimovibile di tipo tradizionale è spesso poco tollerata sia per motivi psicologici sia funzionali, causa dell'estrema difficoltà di preparare un manufatto soddisfacente soprattutto in termini di stabilità. L'uso d'impianti dentali può risolvere o migliorare queste problematiche, consentendo in alcuni casi il confezionamento di una protesi fissa al posto di quella rimovibile, in altri dando stabilità a protesi rimovibili.

Dati alla mano circa l'andamento del mercato mondiale odontoiatrico indicano come in alcuni settori del dentale ci sia un certo ristagno in termini di crescita di mercato, mentre per quanto riguarda l'implantologia si è avuta in questi anni, quasi in controtendenza, una rapida evoluzione. La crescita più importante si è avuta nel mercato giapponese, in successione in quello americano e, subito a ruota, in quello europeo. Per decenni l'odontostomatologo ha desiderato un sistema valido e sicuro per ancorare le protesi rimovibili alle ossa mascellari. Impianti con diverse forme sono stati proposti ed utilizzati allo scopo di garantire efficienza e prevedibilità di risultati. A metà degli anni sessanta Brånemark rivelò un importante fenomeno biologico intercorrente tra tessuto osseo vitale e superficie di titanio, in seguito conosciuto come osteointegrazione. Egli osservò una connessione anatomica e funzionale tra il tessuto osseo e la superficie dell'impianto, anche se sottoposto a carichi statici e dinamici. Nella sua scia seguirono protocolli sperimentali e clinici per definire il successo della terapia implantare, riferibile alla qualità e alla quantità del tessuto osseo neoformatosi, ad impianto inserito, all'interfaccia fixture-tessuto biologico.

Grazie all'ottima integrazione che si realizza tra osso e titanio, la percentuale di successo implantare ha globalmente raggiunto l'85% a un anno e l'80% a 5 anni. Si è quindi verificata un'enorme espansione del numero di prodotti sul mercato, degli operatori che ne fanno uso e dei casi clinici eseguiti. L'attenzione dei clinici e delle case produttrici, si è rivolta pertanto a identificare le cause responsabili della quota degli insuccessi residui, al fine di ovviarle. Negli ultimi anni si sono così moltiplicati gli studi e le sperimentazioni "in-vivo" e "in-vitro". Dall'analisi della letteratura si evince che l'insuccesso implantare debba prevalentemente ricondursi ad un carico scorretto o ad infezione batterica, oppure ad entrambi questi fattori. Lo stato di malattia e di salute dei tessuti perimplantari è indotto dalle stesse variazioni di flora batterica che avvengono nel parodonto, attorno agli elementi naturali.

Tuttavia, sebbene non esista un'associazione causale tra tipo di flora e fallimento impiantare, è universalmente riconosciuto che un'elevata carica batterica (macroscopicamente visibile come accumulo di placca) sia la causa dell'infiammazione parodontale e del riassorbimento osseo perimplantare. In implantoprotesi i nemici più temibili, dal punto di vista microbiologico, sono la perimplantite e il riassorbimento angolare. Uno dei maggiori rischi d'infezione attorno a sistemi implantari a due fasi è relativo alla presenza di un "gap" tra l'impianto endosseo e il moncone; tale spazio può servire da serbatoio stagnante ai fini di reinfezione del solco perimpiantare. L'interfaccia osso-impianto rappresenta uno dei punti focali degli studi sulle cause del fallimento implantare. Nel 1996, Richard dichiarò che ogni divario tra impianto e moncone e tra moncone e protesi costituisce un serbatoio microbico capace di reinfettare il solco perimplantare. In assenza di flogosi, l'organismo si sforza di realizzare una barriera meccanica alla penetrazione batterica perimplantare e la mucosa che circonda l'impianto si ricopre così di tessuto ortocheratinizzato denso di fibre collagene. Tali fibre decorrono parallele alla superficie implantare, mimando il sigillo biologico costituito dal legamento parodontale.

Attualmente, il mercato offre un'ampia scelta d'impianti che differiscono tra loro per disegno, struttura, tipo e sede di connessione tra impianto e moncone, e tra moncone e sovrastruttura protesica. Data ormai per acquisita la validità del processo osteointegrativo del titanio nei confronti dei tessuti duri orali, le diverse case produttrici d'elementi implantari si sono dedicate alla ricerca di varianti strutturali tese a migliorare le caratteristiche funzionali e la durata nel tempo degli impianti stessi. Il complesso impianto-moncone-protesi presenta soluzione di continuità a due livelli, in altre parole dove le tre parti si connettono tra loro. La giunzione impianto-moncone, in base alle diverse case produttrici, può situarsi sotto, sopra, o a livello della cresta ossea. La giunzione moncone-protesi può essere anch'essa localizzata a livelli differenti, ma solitamente risiede a livello iuxtagengivale. Tuttavia, pur di fronte ad una così evidente affermazione, non mancano certo i casi d'insuccesso. Per esempio, eccessivi carichi masticatori, impianti dalle forme non geometricamente corrette o errori nel posizionamento da parte dell'odontoiatra possono portare a breve o a lungo termine al fallimento dell'impianto dentale con la solita ricaduta sul paziente.

Uno dei punti più dibattuti, riguardante il fallimento degli impianti dentali, è certamente il riassorbinento della cresta ossea e la distribuzione degli sforzi lungo l'intera struttura dell'impianto. Attualmente, quasi tutte le filosofie impiantologiche sono fautrici di tecniche d'inserzione degli impianti in cresta. Negli studi condotti su impianti Brånemark, si sono riscontrati, per esempio, un riassorbimento osseo pari a 1 mm nel primo anno di funzionamento e, negli anni successivi, una perdita media annuale pari a 0,2 mm. è chiaro che tutto ciò può portare, nell'arco di poco tempo, a considerevoli perdite ossee, a locali infezioni e accumuli di placca batterica, con conseguente mobilizzazione protesica e con ricadute gravose sul paziente. Ruolo fondamentale per il mantenimento nel tempo dell'osteointegrazione riveste la biomeccanica implantare, soprattutto per quanto riguarda il trasferimento dei carichi occlusali alle strutture ossee, e le relative problematiche circa la connessione impianto-abutment. L'uso di modelli matematici "Finite Element Analysis (FEA)" affiancati ai test condotti in laboratorio rappresenta un insieme di metodi validi in grado di fornire preziose informazioni al riguardo. Tutto ciò si riflette sullo studio dei fenomeni di rimodellamento osseo come risposta al carico protesico dei tessuti biologici.

Il presente lavoro vuole essere di duplice servizio: illustrativo circa l'attività di ricerca condotta nell'ambito dell'implantologia moderna con valutazioni scientifiche sugli aspetti strutturali, biologici e biomeccanici degli impianti dentali e di stato dell'arte sulla sistematica implantare BICON®. In particolare, per quanto riguarda l'analisi strutturale la ricerca ha coinvolto solo la sistematica implantare BICON® attraverso test meccanici di compresssione, mentre per gli aspetti biologici e biomeccanici come confronto tra la sistematica BICON® e le sistematiche universalmente riconosciute dalla comunità odontoiatrica che sfruttano l'uso di viti per fissare l'abutment alla fixture.

 

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L'edentulismo rappresenta un problema sociale d'estrema importanza: il "National Institute of Dental Research" ha rilevato come, ad esempio, il 42% della popolazione americana sopra i 65 anni, e il 4% in età compresa tra i 34 e i 64 anni, mostra una parziale o completa assenza di denti naturali, con necessario ripristino della funzione masticatoria per mezzo di protesizzazioni fisse o rimovibili. La protesi rimovibile di tipo tradizionale è spesso poco tollerata sia per motivi psicologici sia funzionali, causa dell'estrema difficoltà di preparare un manufatto soddisfacente soprattutto in termini di stabilità. L'uso d'impianti dentali può risolvere o migliorare queste problematiche, consentendo in alcuni casi il confezionamento di una protesi fissa al posto di quella rimovibile, in altri dando stabilità a protesi rimovibili.

Dati alla mano circa l'andamento del mercato mondiale odontoiatrico indicano come in alcuni settori del dentale ci sia un certo ristagno in termini di crescita di mercato, mentre per quanto riguarda l'implantologia si è avuta in questi anni, quasi in controtendenza, una rapida evoluzione. La crescita più importante si è avuta nel mercato giapponese, in successione in quello americano e, subito a ruota, in quello europeo. Per decenni l'odontostomatologo ha desiderato un sistema valido e sicuro per ancorare le protesi rimovibili alle ossa mascellari. Impianti con diverse forme sono stati proposti ed utilizzati allo scopo di garantire efficienza e prevedibilità di risultati. A metà degli anni sessanta Brånemark rivelò un importante fenomeno biologico intercorrente tra tessuto osseo vitale e superficie di titanio, in seguito conosciuto come osteointegrazione. Egli osservò una connessione anatomica e funzionale tra il tessuto osseo e la superficie dell'impianto, anche se sottoposto a carichi statici e dinamici. Nella sua scia seguirono protocolli sperimentali e clinici per definire il successo della terapia implantare, riferibile alla qualità e alla quantità del tessuto osseo neoformatosi, ad impianto inserito, all'interfaccia fixture-tessuto biologico.

Grazie all'ottima integrazione che si realizza tra osso e titanio, la percentuale di successo implantare ha globalmente raggiunto l'85% a un anno e l'80% a 5 anni. Si è quindi verificata un'enorme espansione del numero di prodotti sul mercato, degli operatori che ne fanno uso e dei casi clinici eseguiti. L'attenzione dei clinici e delle case produttrici, si è rivolta pertanto a identificare le cause responsabili della quota degli insuccessi residui, al fine di ovviarle. Negli ultimi anni si sono così moltiplicati gli studi e le sperimentazioni "in-vivo" e "in-vitro". Dall'analisi della letteratura si evince che l'insuccesso implantare debba prevalentemente ricondursi ad un carico scorretto o ad infezione batterica, oppure ad entrambi questi fattori. Lo stato di malattia e di salute dei tessuti perimplantari è indotto dalle stesse variazioni di flora batterica che avvengono nel parodonto, attorno agli elementi naturali.

Tuttavia, sebbene non esista un'associazione causale tra tipo di flora e fallimento impiantare, è universalmente riconosciuto che un'elevata carica batterica (macroscopicamente visibile come accumulo di placca) sia la causa dell'infiammazione parodontale e del riassorbimento osseo perimplantare. In implantoprotesi i nemici più temibili, dal punto di vista microbiologico, sono la perimplantite e il riassorbimento angolare. Uno dei maggiori rischi d'infezione attorno a sistemi implantari a due fasi è relativo alla presenza di un "gap" tra l'impianto endosseo e il moncone; tale spazio può servire da serbatoio stagnante ai fini di reinfezione del solco perimpiantare. L'interfaccia osso-impianto rappresenta uno dei punti focali degli studi sulle cause del fallimento implantare. Nel 1996, Richard dichiarò che ogni divario tra impianto e moncone e tra moncone e protesi costituisce un serbatoio microbico capace di reinfettare il solco perimplantare. In assenza di flogosi, l'organismo si sforza di realizzare una barriera meccanica alla penetrazione batterica perimplantare e la mucosa che circonda l'impianto si ricopre così di tessuto ortocheratinizzato denso di fibre collagene. Tali fibre decorrono parallele alla superficie implantare, mimando il sigillo biologico costituito dal legamento parodontale.

Attualmente, il mercato offre un'ampia scelta d'impianti che differiscono tra loro per disegno, struttura, tipo e sede di connessione tra impianto e moncone, e tra moncone e sovrastruttura protesica. Data ormai per acquisita la validità del processo osteointegrativo del titanio nei confronti dei tessuti duri orali, le diverse case produttrici d'elementi implantari si sono dedicate alla ricerca di varianti strutturali tese a migliorare le caratteristiche funzionali e la durata nel tempo degli impianti stessi. Il complesso impianto-moncone-protesi presenta soluzione di continuità a due livelli, in altre parole dove le tre parti si connettono tra loro. La giunzione impianto-moncone, in base alle diverse case produttrici, può situarsi sotto, sopra, o a livello della cresta ossea. La giunzione moncone-protesi può essere anch'essa localizzata a livelli differenti, ma solitamente risiede a livello iuxtagengivale. Tuttavia, pur di fronte ad una così evidente affermazione, non mancano certo i casi d'insuccesso. Per esempio, eccessivi carichi masticatori, impianti dalle forme non geometricamente corrette o errori nel posizionamento da parte dell'odontoiatra possono portare a breve o a lungo termine al fallimento dell'impianto dentale con la solita ricaduta sul paziente.

Uno dei punti più dibattuti, riguardante il fallimento degli impianti dentali, è certamente il riassorbinento della cresta ossea e la distribuzione degli sforzi lungo l'intera struttura dell'impianto. Attualmente, quasi tutte le filosofie impiantologiche sono fautrici di tecniche d'inserzione degli impianti in cresta. Negli studi condotti su impianti Brånemark, si sono riscontrati, per esempio, un riassorbimento osseo pari a 1 mm nel primo anno di funzionamento e, negli anni successivi, una perdita media annuale pari a 0,2 mm. è chiaro che tutto ciò può portare, nell'arco di poco tempo, a considerevoli perdite ossee, a locali infezioni e accumuli di placca batterica, con conseguente mobilizzazione protesica e con ricadute gravose sul paziente. Ruolo fondamentale per il mantenimento nel tempo dell'osteointegrazione riveste la biomeccanica implantare, soprattutto per quanto riguarda il trasferimento dei carichi occlusali alle strutture ossee, e le relative problematiche circa la connessione impianto-abutment. L'uso di modelli matematici "Finite Element Analysis (FEA)" affiancati ai test condotti in laboratorio rappresenta un insieme di metodi validi in grado di fornire preziose informazioni al riguardo. Tutto ciò si riflette sullo studio dei fenomeni di rimodellamento osseo come risposta al carico protesico dei tessuti biologici.

Il presente lavoro vuole essere di duplice servizio: illustrativo circa l'attività di ricerca condotta nell'ambito dell'implantologia moderna con valutazioni scientifiche sugli aspetti strutturali, biologici e biomeccanici degli impianti dentali e di stato dell'arte sulla sistematica implantare BICON®. In particolare, per quanto riguarda l'analisi strutturale la ricerca ha coinvolto solo la sistematica implantare BICON® attraverso test meccanici di compresssione, mentre per gli aspetti biologici e biomeccanici come confronto tra la sistematica BICON® e le sistematiche universalmente riconosciute dalla comunità odontoiatrica che sfruttano l'uso di viti per fissare l'abutment alla fixture.

 

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L'edentulismo rappresenta un problema sociale d'estrema importanza: il "National Institute of Dental Research" ha rilevato come, ad esempio, il 42% della popolazione americana sopra i 65 anni, e il 4% in età compresa tra i 34 e i 64 anni, mostra una parziale o completa assenza di denti naturali, con necessario ripristino della funzione masticatoria per mezzo di protesizzazioni fisse o rimovibili. La protesi rimovibile di tipo tradizionale è spesso poco tollerata sia per motivi psicologici sia funzionali, causa dell'estrema difficoltà di preparare un manufatto soddisfacente soprattutto in termini di stabilità. L'uso d'impianti dentali può risolvere o migliorare queste problematiche, consentendo in alcuni casi il confezionamento di una protesi fissa al posto di quella rimovibile, in altri dando stabilità a protesi rimovibili.

Dati alla mano circa l'andamento del mercato mondiale odontoiatrico indicano come in alcuni settori del dentale ci sia un certo ristagno in termini di crescita di mercato, mentre per quanto riguarda l'implantologia si è avuta in questi anni, quasi in controtendenza, una rapida evoluzione. La crescita più importante si è avuta nel mercato giapponese, in successione in quello americano e, subito a ruota, in quello europeo. Per decenni l'odontostomatologo ha desiderato un sistema valido e sicuro per ancorare le protesi rimovibili alle ossa mascellari. Impianti con diverse forme sono stati proposti ed utilizzati allo scopo di garantire efficienza e prevedibilità di risultati. A metà degli anni sessanta Brånemark rivelò un importante fenomeno biologico intercorrente tra tessuto osseo vitale e superficie di titanio, in seguito conosciuto come osteointegrazione. Egli osservò una connessione anatomica e funzionale tra il tessuto osseo e la superficie dell'impianto, anche se sottoposto a carichi statici e dinamici. Nella sua scia seguirono protocolli sperimentali e clinici per definire il successo della terapia implantare, riferibile alla qualità e alla quantità del tessuto osseo neoformatosi, ad impianto inserito, all'interfaccia fixture-tessuto biologico.

Grazie all'ottima integrazione che si realizza tra osso e titanio, la percentuale di successo implantare ha globalmente raggiunto l'85% a un anno e l'80% a 5 anni. Si è quindi verificata un'enorme espansione del numero di prodotti sul mercato, degli operatori che ne fanno uso e dei casi clinici eseguiti. L'attenzione dei clinici e delle case produttrici, si è rivolta pertanto a identificare le cause responsabili della quota degli insuccessi residui, al fine di ovviarle. Negli ultimi anni si sono così moltiplicati gli studi e le sperimentazioni "in-vivo" e "in-vitro". Dall'analisi della letteratura si evince che l'insuccesso implantare debba prevalentemente ricondursi ad un carico scorretto o ad infezione batterica, oppure ad entrambi questi fattori. Lo stato di malattia e di salute dei tessuti perimplantari è indotto dalle stesse variazioni di flora batterica che avvengono nel parodonto, attorno agli elementi naturali.

Tuttavia, sebbene non esista un'associazione causale tra tipo di flora e fallimento impiantare, è universalmente riconosciuto che un'elevata carica batterica (macroscopicamente visibile come accumulo di placca) sia la causa dell'infiammazione parodontale e del riassorbimento osseo perimplantare. In implantoprotesi i nemici più temibili, dal punto di vista microbiologico, sono la perimplantite e il riassorbimento angolare. Uno dei maggiori rischi d'infezione attorno a sistemi implantari a due fasi è relativo alla presenza di un "gap" tra l'impianto endosseo e il moncone; tale spazio può servire da serbatoio stagnante ai fini di reinfezione del solco perimpiantare. L'interfaccia osso-impianto rappresenta uno dei punti focali degli studi sulle cause del fallimento implantare. Nel 1996, Richard dichiarò che ogni divario tra impianto e moncone e tra moncone e protesi costituisce un serbatoio microbico capace di reinfettare il solco perimplantare. In assenza di flogosi, l'organismo si sforza di realizzare una barriera meccanica alla penetrazione batterica perimplantare e la mucosa che circonda l'impianto si ricopre così di tessuto ortocheratinizzato denso di fibre collagene. Tali fibre decorrono parallele alla superficie implantare, mimando il sigillo biologico costituito dal legamento parodontale.

Attualmente, il mercato offre un'ampia scelta d'impianti che differiscono tra loro per disegno, struttura, tipo e sede di connessione tra impianto e moncone, e tra moncone e sovrastruttura protesica. Data ormai per acquisita la validità del processo osteointegrativo del titanio nei confronti dei tessuti duri orali, le diverse case produttrici d'elementi implantari si sono dedicate alla ricerca di varianti strutturali tese a migliorare le caratteristiche funzionali e la durata nel tempo degli impianti stessi. Il complesso impianto-moncone-protesi presenta soluzione di continuità a due livelli, in altre parole dove le tre parti si connettono tra loro. La giunzione impianto-moncone, in base alle diverse case produttrici, può situarsi sotto, sopra, o a livello della cresta ossea. La giunzione moncone-protesi può essere anch'essa localizzata a livelli differenti, ma solitamente risiede a livello iuxtagengivale. Tuttavia, pur di fronte ad una così evidente affermazione, non mancano certo i casi d'insuccesso. Per esempio, eccessivi carichi masticatori, impianti dalle forme non geometricamente corrette o errori nel posizionamento da parte dell'odontoiatra possono portare a breve o a lungo termine al fallimento dell'impianto dentale con la solita ricaduta sul paziente.

Uno dei punti più dibattuti, riguardante il fallimento degli impianti dentali, è certamente il riassorbinento della cresta ossea e la distribuzione degli sforzi lungo l'intera struttura dell'impianto. Attualmente, quasi tutte le filosofie impiantologiche sono fautrici di tecniche d'inserzione degli impianti in cresta. Negli studi condotti su impianti Brånemark, si sono riscontrati, per esempio, un riassorbimento osseo pari a 1 mm nel primo anno di funzionamento e, negli anni successivi, una perdita media annuale pari a 0,2 mm. è chiaro che tutto ciò può portare, nell'arco di poco tempo, a considerevoli perdite ossee, a locali infezioni e accumuli di placca batterica, con conseguente mobilizzazione protesica e con ricadute gravose sul paziente. Ruolo fondamentale per il mantenimento nel tempo dell'osteointegrazione riveste la biomeccanica implantare, soprattutto per quanto riguarda il trasferimento dei carichi occlusali alle strutture ossee, e le relative problematiche circa la connessione impianto-abutment. L'uso di modelli matematici "Finite Element Analysis (FEA)" affiancati ai test condotti in laboratorio rappresenta un insieme di metodi validi in grado di fornire preziose informazioni al riguardo. Tutto ciò si riflette sullo studio dei fenomeni di rimodellamento osseo come risposta al carico protesico dei tessuti biologici.

Il presente lavoro vuole essere di duplice servizio: illustrativo circa l'attività di ricerca condotta nell'ambito dell'implantologia moderna con valutazioni scientifiche sugli aspetti strutturali, biologici e biomeccanici degli impianti dentali e di stato dell'arte sulla sistematica implantare BICON®. In particolare, per quanto riguarda l'analisi strutturale la ricerca ha coinvolto solo la sistematica implantare BICON® attraverso test meccanici di compresssione, mentre per gli aspetti biologici e biomeccanici come confronto tra la sistematica BICON® e le sistematiche universalmente riconosciute dalla comunità odontoiatrica che sfruttano l'uso di viti per fissare l'abutment alla fixture.

 

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Dati alla mano circa l'andamento del mercato mondiale odontoiatrico indicano come in alcuni settori del dentale ci sia un certo ristagno in termini di crescita di mercato, mentre per quanto riguarda l'implantologia si è avuta in questi anni, quasi in controtendenza, una rapida evoluzione. La crescita più importante si è avuta nel mercato giapponese, in successione in quello americano e, subito a ruota, in quello europeo. Per decenni l'odontostomatologo ha desiderato un sistema valido e sicuro per ancorare le protesi rimovibili alle ossa mascellari. Impianti con diverse forme sono stati proposti ed utilizzati allo scopo di garantire efficienza e prevedibilità di risultati. A metà degli anni sessanta Brånemark rivelò un importante fenomeno biologico intercorrente tra tessuto osseo vitale e superficie di titanio, in seguito conosciuto come osteointegrazione. Egli osservò una connessione anatomica e funzionale tra il tessuto osseo e la superficie dell'impianto, anche se sottoposto a carichi statici e dinamici. Nella sua scia seguirono protocolli sperimentali e clinici per definire il successo della terapia implantare, riferibile alla qualità e alla quantità del tessuto osseo neoformatosi, ad impianto inserito, all'interfaccia fixture-tessuto biologico.

Grazie all'ottima integrazione che si realizza tra osso e titanio, la percentuale di successo implantare ha globalmente raggiunto l'85% a un anno e l'80% a 5 anni. Si è quindi verificata un'enorme espansione del numero di prodotti sul mercato, degli operatori che ne fanno uso e dei casi clinici eseguiti. L'attenzione dei clinici e delle case produttrici, si è rivolta pertanto a identificare le cause responsabili della quota degli insuccessi residui, al fine di ovviarle. Negli ultimi anni si sono così moltiplicati gli studi e le sperimentazioni "in-vivo" e "in-vitro". Dall'analisi della letteratura si evince che l'insuccesso implantare debba prevalentemente ricondursi ad un carico scorretto o ad infezione batterica, oppure ad entrambi questi fattori. Lo stato di malattia e di salute dei tessuti perimplantari è indotto dalle stesse variazioni di flora batterica che avvengono nel parodonto, attorno agli elementi naturali.

Tuttavia, sebbene non esista un'associazione causale tra tipo di flora e fallimento impiantare, è universalmente riconosciuto che un'elevata carica batterica (macroscopicamente visibile come accumulo di placca) sia la causa dell'infiammazione parodontale e del riassorbimento osseo perimplantare. In implantoprotesi i nemici più temibili, dal punto di vista microbiologico, sono la perimplantite e il riassorbimento angolare. Uno dei maggiori rischi d'infezione attorno a sistemi implantari a due fasi è relativo alla presenza di un "gap" tra l'impianto endosseo e il moncone; tale spazio può servire da serbatoio stagnante ai fini di reinfezione del solco perimpiantare. L'interfaccia osso-impianto rappresenta uno dei punti focali degli studi sulle cause del fallimento implantare. Nel 1996, Richard dichiarò che ogni divario tra impianto e moncone e tra moncone e protesi costituisce un serbatoio microbico capace di reinfettare il solco perimplantare. In assenza di flogosi, l'organismo si sforza di realizzare una barriera meccanica alla penetrazione batterica perimplantare e la mucosa che circonda l'impianto si ricopre così di tessuto ortocheratinizzato denso di fibre collagene. Tali fibre decorrono parallele alla superficie implantare, mimando il sigillo biologico costituito dal legamento parodontale.

Attualmente, il mercato offre un'ampia scelta d'impianti che differiscono tra loro per disegno, struttura, tipo e sede di connessione tra impianto e moncone, e tra moncone e sovrastruttura protesica. Data ormai per acquisita la validità del processo osteointegrativo del titanio nei confronti dei tessuti duri orali, le diverse case produttrici d'elementi implantari si sono dedicate alla ricerca di varianti strutturali tese a migliorare le caratteristiche funzionali e la durata nel tempo degli impianti stessi. Il complesso impianto-moncone-protesi presenta soluzione di continuità a due livelli, in altre parole dove le tre parti si connettono tra loro. La giunzione impianto-moncone, in base alle diverse case produttrici, può situarsi sotto, sopra, o a livello della cresta ossea. La giunzione moncone-protesi può essere anch'essa localizzata a livelli differenti, ma solitamente risiede a livello iuxtagengivale. Tuttavia, pur di fronte ad una così evidente affermazione, non mancano certo i casi d'insuccesso. Per esempio, eccessivi carichi masticatori, impianti dalle forme non geometricamente corrette o errori nel posizionamento da parte dell'odontoiatra possono portare a breve o a lungo termine al fallimento dell'impianto dentale con la solita ricaduta sul paziente.

Uno dei punti più dibattuti, riguardante il fallimento degli impianti dentali, è certamente il riassorbinento della cresta ossea e la distribuzione degli sforzi lungo l'intera struttura dell'impianto. Attualmente, quasi tutte le filosofie impiantologiche sono fautrici di tecniche d'inserzione degli impianti in cresta. Negli studi condotti su impianti Brånemark, si sono riscontrati, per esempio, un riassorbimento osseo pari a 1 mm nel primo anno di funzionamento e, negli anni successivi, una perdita media annuale pari a 0,2 mm. è chiaro che tutto ciò può portare, nell'arco di poco tempo, a considerevoli perdite ossee, a locali infezioni e accumuli di placca batterica, con conseguente mobilizzazione protesica e con ricadute gravose sul paziente. Ruolo fondamentale per il mantenimento nel tempo dell'osteointegrazione riveste la biomeccanica implantare, soprattutto per quanto riguarda il trasferimento dei carichi occlusali alle strutture ossee, e le relative problematiche circa la connessione impianto-abutment. L'uso di modelli matematici "Finite Element Analysis (FEA)" affiancati ai test condotti in laboratorio rappresenta un insieme di metodi validi in grado di fornire preziose informazioni al riguardo. Tutto ciò si riflette sullo studio dei fenomeni di rimodellamento osseo come risposta al carico protesico dei tessuti biologici.

Il presente lavoro vuole essere di duplice servizio: illustrativo circa l'attività di ricerca condotta nell'ambito dell'implantologia moderna con valutazioni scientifiche sugli aspetti strutturali, biologici e biomeccanici degli impianti dentali e di stato dell'arte sulla sistematica implantare BICON®. In particolare, per quanto riguarda l'analisi strutturale la ricerca ha coinvolto solo la sistematica implantare BICON® attraverso test meccanici di compresssione, mentre per gli aspetti biologici e biomeccanici come confronto tra la sistematica BICON® e le sistematiche universalmente riconosciute dalla comunità odontoiatrica che sfruttano l'uso di viti per fissare l'abutment alla fixture.

 

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Scritto da admin   
Venerdì 18 Settembre 2009 21:52

IMPLANTOLOGIA TRANSMUCOSA NELLA TUA CITTA - OGGI PER SOTTOPORTI ALLE VERIFICHE DI FATTIBILITA' DI QUESTA TECNICA IMPLANTOLOGICA NON BISOGNA PIU' SPOSTARSI DALLA PROPRIA CITTA' BASTA CLICCARE SULLA CITTA' DI APPARTENENZA INVIARE IL FORM DI CONTATTO E IN GIORNATA VI INVIEREMO TUTTE LE INFORMAZIONI UTILI PER IL PRIMO APPUNTAMENTO IN STUDIO.

LISTA CITTA' ITALIANE
Prezzi Riabilitazione arcata completa - con protesi fissa su impianti partono da circa 7.000 euro per una protesi fissa con 4 impianti e denti in resina composita fino a circa 12.000 euro per denti in ceramica. Tali prezzi comprendono l' intervento, la panoramica e la sedazione cosciente.

 

Soluzioni implantari


Pultroppo in Italia Tantissimi dentisti nonostante siano tali, faticano a seguire tutte le informazioni e gli aggiornamenti nell'ambito tecnologico, non sempre sono a conoscenza delle nuove tecniche, ecco perchè oggi oltre che iportante risulta indispensabile, scegliere con la dovuta attenzione lo studio medico dove recarsi, si informi, su quali metodiche di intervento usa.

La gamma standard di impianti Nobel Biocare include soluzioni per tutte le indicazioni, da protesi di elementi singoli a protesi per pazienti completamente edentuli ed offrono le migliori soluzioni estetiche e la migliore qualità possibile a professionisti e pazienti.

 

 

NobelGuide™

NobelGuide™ è un concetto di trattamento completo per tutte le indicazioni.

 

 

precisione digitale per tutte le indicazioni

NobelGuide™ è la soluzione completa per la diagnosi, la pianificazione basata su criteri protesici, la chirurgia guidata e la protesizzazione di impianti dentali. È possibile pianificare e trattare casi con edentulia da parziale a totale.

perché NobelGuide™

Vantaggi di NobelGuide™

  • Per tutte le indicazioni
  • Facilità di impiego, sicurezza e affidabilità
  • La pianificazione inizia con un progetto protesico
  • Efficienza maggiore attraverso un approccio di squadra interdisciplinare
  • Mascherina chirurgica per procedure di chirurgia minimamente invasive

concetto NobelGuide™


  1. Guida radiografica
    Fornisce una rappresentazione dell'assetto dentale finale ed è il fondamento della pianificazione basata su criteri protesici.
  2. Mascherina chirurgica
    La mascherina chirurgica viene creata in base a una guida radiografica e alla pianificazione.
  3. Manicotto guida
    Integrati nella mascherina chirurgica, i manicotti guida forniscono un controllo sicuro per il fresaggio e il fissaggio durante il posizionamento degli impianti.
  4. Perno di ancoraggio
    La mascherina chirurgica pronta all'uso fornisce un controllo sicuro per il fresaggio e l'inserimento degli impianti.
  5. Protesi
    L'esito positivo della protesi implantare deriva da una solida pianificazione basata sulla considerazione di aspetti biologici, funzionali, biomeccanici ed estetici.

perché NobelGuide™

Vantaggi di NobelGuide™.

che cos'è NobelGuide™

Spiegazione del concetto NobelGuide™.

posizionamento affidabile degli impianti

La pianificazione inizia con la valutazione del risultato finale da ottenere.

condivisione semplificata delle informazioni di pianificazione

Approccio di squadra interdisciplinare.

riduzione della complessità procedurale

Unica risorsa per tutti i componenti e per l'assistenza.

comunicazione efficace

I componenti dell'équipe lavorano a più stretto contatto.


___________________________________________________________________________________

impianti Tapered

Tapered implants
L'esclusiva forma della nostra famiglia di impianti Tapered simile alla radice del dente naturale fornisce un'eccezionale stabilità iniziale, semplifica la preparazione del sito e facilita il posizionamento

impianti a parete parallela

Parallel-walled implant
Grazie all'impiego di protocolli e procedure di fresatura estremamente semplici, provati e sicuri, la nostra famiglia di impianti paralleli è molto versatile e può offrire la soluzione ideale per tutte le indicazioni.

protesi implantari Procera®

Procera® Implant Prosthetics

La nostra ambizione è di raggiungere il massimo risultato estetico e funzionale in ogni situazione clinica.

soluzioni protesiche

Abutments

Gli abutment biocompatibili Nobel Biocare in zirconio o titanio possono essere personalizzati per ottenere risultati estetici ottimali.

formazione sugli impianti

Implant traning
Scegliere e usare gli impianti corretti per le ricostruzioni implantari è estremamente importante.

L'edentulismo rappresenta un problema sociale d'estrema importanza: il "National Institute of Dental Research" ha rilevato come, ad esempio, il 42% della popolazione americana sopra i 65 anni, e il 4% in età compresa tra i 34 e i 64 anni, mostra una parziale o completa assenza di denti naturali, con necessario ripristino della funzione masticatoria per mezzo di protesizzazioni fisse o rimovibili. La protesi rimovibile di tipo tradizionale è spesso poco tollerata sia per motivi psicologici sia funzionali, causa dell'estrema difficoltà di preparare un manufatto soddisfacente soprattutto in termini di stabilità. L'uso d'impianti dentali può risolvere o migliorare queste problematiche, consentendo in alcuni casi il confezionamento di una protesi fissa al posto di quella rimovibile, in altri dando stabilità a protesi rimovibili.

Dati alla mano circa l'andamento del mercato mondiale odontoiatrico indicano come in alcuni settori del dentale ci sia un certo ristagno in termini di crescita di mercato, mentre per quanto riguarda l'implantologia si è avuta in questi anni, quasi in controtendenza, una rapida evoluzione. La crescita più importante si è avuta nel mercato giapponese, in successione in quello americano e, subito a ruota, in quello europeo. Per decenni l'odontostomatologo ha desiderato un sistema valido e sicuro per ancorare le protesi rimovibili alle ossa mascellari. Impianti con diverse forme sono stati proposti ed utilizzati allo scopo di garantire efficienza e prevedibilità di risultati. A metà degli anni sessanta Brånemark rivelò un importante fenomeno biologico intercorrente tra tessuto osseo vitale e superficie di titanio, in seguito conosciuto come osteointegrazione. Egli osservò una connessione anatomica e funzionale tra il tessuto osseo e la superficie dell'impianto, anche se sottoposto a carichi statici e dinamici. Nella sua scia seguirono protocolli sperimentali e clinici per definire il successo della terapia implantare, riferibile alla qualità e alla quantità del tessuto osseo neoformatosi, ad impianto inserito, all'interfaccia fixture-tessuto biologico.

Grazie all'ottima integrazione che si realizza tra osso e titanio, la percentuale di successo implantare ha globalmente raggiunto l'85% a un anno e l'80% a 5 anni. Si è quindi verificata un'enorme espansione del numero di prodotti sul mercato, degli operatori che ne fanno uso e dei casi clinici eseguiti. L'attenzione dei clinici e delle case produttrici, si è rivolta pertanto a identificare le cause responsabili della quota degli insuccessi residui, al fine di ovviarle. Negli ultimi anni si sono così moltiplicati gli studi e le sperimentazioni "in-vivo" e "in-vitro". Dall'analisi della letteratura si evince che l'insuccesso implantare debba prevalentemente ricondursi ad un carico scorretto o ad infezione batterica, oppure ad entrambi questi fattori. Lo stato di malattia e di salute dei tessuti perimplantari è indotto dalle stesse variazioni di flora batterica che avvengono nel parodonto, attorno agli elementi naturali.

Tuttavia, sebbene non esista un'associazione causale tra tipo di flora e fallimento impiantare, è universalmente riconosciuto che un'elevata carica batterica (macroscopicamente visibile come accumulo di placca) sia la causa dell'infiammazione parodontale e del riassorbimento osseo perimplantare. In implantoprotesi i nemici più temibili, dal punto di vista microbiologico, sono la perimplantite e il riassorbimento angolare. Uno dei maggiori rischi d'infezione attorno a sistemi implantari a due fasi è relativo alla presenza di un "gap" tra l'impianto endosseo e il moncone; tale spazio può servire da serbatoio stagnante ai fini di reinfezione del solco perimpiantare. L'interfaccia osso-impianto rappresenta uno dei punti focali degli studi sulle cause del fallimento implantare. Nel 1996, Richard dichiarò che ogni divario tra impianto e moncone e tra moncone e protesi costituisce un serbatoio microbico capace di reinfettare il solco perimplantare. In assenza di flogosi, l'organismo si sforza di realizzare una barriera meccanica alla penetrazione batterica perimplantare e la mucosa che circonda l'impianto si ricopre così di tessuto ortocheratinizzato denso di fibre collagene. Tali fibre decorrono parallele alla superficie implantare, mimando il sigillo biologico costituito dal legamento parodontale.

Attualmente, il mercato offre un'ampia scelta d'impianti che differiscono tra loro per disegno, struttura, tipo e sede di connessione tra impianto e moncone, e tra moncone e sovrastruttura protesica. Data ormai per acquisita la validità del processo osteointegrativo del titanio nei confronti dei tessuti duri orali, le diverse case produttrici d'elementi implantari si sono dedicate alla ricerca di varianti strutturali tese a migliorare le caratteristiche funzionali e la durata nel tempo degli impianti stessi. Il complesso impianto-moncone-protesi presenta soluzione di continuità a due livelli, in altre parole dove le tre parti si connettono tra loro. La giunzione impianto-moncone, in base alle diverse case produttrici, può situarsi sotto, sopra, o a livello della cresta ossea. La giunzione moncone-protesi può essere anch'essa localizzata a livelli differenti, ma solitamente risiede a livello iuxtagengivale. Tuttavia, pur di fronte ad una così evidente affermazione, non mancano certo i casi d'insuccesso. Per esempio, eccessivi carichi masticatori, impianti dalle forme non geometricamente corrette o errori nel posizionamento da parte dell'odontoiatra possono portare a breve o a lungo termine al fallimento dell'impianto dentale con la solita ricaduta sul paziente.

Uno dei punti più dibattuti, riguardante il fallimento degli impianti dentali, è certamente il riassorbinento della cresta ossea e la distribuzione degli sforzi lungo l'intera struttura dell'impianto. Attualmente, quasi tutte le filosofie impiantologiche sono fautrici di tecniche d'inserzione degli impianti in cresta. Negli studi condotti su impianti Brånemark, si sono riscontrati, per esempio, un riassorbimento osseo pari a 1 mm nel primo anno di funzionamento e, negli anni successivi, una perdita media annuale pari a 0,2 mm. è chiaro che tutto ciò può portare, nell'arco di poco tempo, a considerevoli perdite ossee, a locali infezioni e accumuli di placca batterica, con conseguente mobilizzazione protesica e con ricadute gravose sul paziente. Ruolo fondamentale per il mantenimento nel tempo dell'osteointegrazione riveste la biomeccanica implantare, soprattutto per quanto riguarda il trasferimento dei carichi occlusali alle strutture ossee, e le relative problematiche circa la connessione impianto-abutment. L'uso di modelli matematici "Finite Element Analysis (FEA)" affiancati ai test condotti in laboratorio rappresenta un insieme di metodi validi in grado di fornire preziose informazioni al riguardo. Tutto ciò si riflette sullo studio dei fenomeni di rimodellamento osseo come risposta al carico protesico dei tessuti biologici.

Il presente lavoro vuole essere di duplice servizio: illustrativo circa l'attività di ricerca condotta nell'ambito dell'implantologia moderna con valutazioni scientifiche sugli aspetti strutturali, biologici e biomeccanici degli impianti dentali e di stato dell'arte sulla sistematica implantare BICON®. In particolare, per quanto riguarda l'analisi strutturale la ricerca ha coinvolto solo la sistematica implantare BICON® attraverso test meccanici di compresssione, mentre per gli aspetti biologici e biomeccanici come confronto tra la sistematica BICON® e le sistematiche universalmente riconosciute dalla comunità odontoiatrica che sfruttano l'uso di viti per fissare l'abutment alla fixture.

 

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L'edentulismo rappresenta un problema sociale d'estrema importanza: il "National Institute of Dental Research" ha rilevato come, ad esempio, il 42% della popolazione americana sopra i 65 anni, e il 4% in età compresa tra i 34 e i 64 anni, mostra una parziale o completa assenza di denti naturali, con necessario ripristino della funzione masticatoria per mezzo di protesizzazioni fisse o rimovibili. La protesi rimovibile di tipo tradizionale è spesso poco tollerata sia per motivi psicologici sia funzionali, causa dell'estrema difficoltà di preparare un manufatto soddisfacente soprattutto in termini di stabilità. L'uso d'impianti dentali può risolvere o migliorare queste problematiche, consentendo in alcuni casi il confezionamento di una protesi fissa al posto di quella rimovibile, in altri dando stabilità a protesi rimovibili.

Dati alla mano circa l'andamento del mercato mondiale odontoiatrico indicano come in alcuni settori del dentale ci sia un certo ristagno in termini di crescita di mercato, mentre per quanto riguarda l'implantologia si è avuta in questi anni, quasi in controtendenza, una rapida evoluzione. La crescita più importante si è avuta nel mercato giapponese, in successione in quello americano e, subito a ruota, in quello europeo. Per decenni l'odontostomatologo ha desiderato un sistema valido e sicuro per ancorare le protesi rimovibili alle ossa mascellari. Impianti con diverse forme sono stati proposti ed utilizzati allo scopo di garantire efficienza e prevedibilità di risultati. A metà degli anni sessanta Brånemark rivelò un importante fenomeno biologico intercorrente tra tessuto osseo vitale e superficie di titanio, in seguito conosciuto come osteointegrazione. Egli osservò una connessione anatomica e funzionale tra il tessuto osseo e la superficie dell'impianto, anche se sottoposto a carichi statici e dinamici. Nella sua scia seguirono protocolli sperimentali e clinici per definire il successo della terapia implantare, riferibile alla qualità e alla quantità del tessuto osseo neoformatosi, ad impianto inserito, all'interfaccia fixture-tessuto biologico.

Grazie all'ottima integrazione che si realizza tra osso e titanio, la percentuale di successo implantare ha globalmente raggiunto l'85% a un anno e l'80% a 5 anni. Si è quindi verificata un'enorme espansione del numero di prodotti sul mercato, degli operatori che ne fanno uso e dei casi clinici eseguiti. L'attenzione dei clinici e delle case produttrici, si è rivolta pertanto a identificare le cause responsabili della quota degli insuccessi residui, al fine di ovviarle. Negli ultimi anni si sono così moltiplicati gli studi e le sperimentazioni "in-vivo" e "in-vitro". Dall'analisi della letteratura si evince che l'insuccesso implantare debba prevalentemente ricondursi ad un carico scorretto o ad infezione batterica, oppure ad entrambi questi fattori. Lo stato di malattia e di salute dei tessuti perimplantari è indotto dalle stesse variazioni di flora batterica che avvengono nel parodonto, attorno agli elementi naturali.

Tuttavia, sebbene non esista un'associazione causale tra tipo di flora e fallimento impiantare, è universalmente riconosciuto che un'elevata carica batterica (macroscopicamente visibile come accumulo di placca) sia la causa dell'infiammazione parodontale e del riassorbimento osseo perimplantare. In implantoprotesi i nemici più temibili, dal punto di vista microbiologico, sono la perimplantite e il riassorbimento angolare. Uno dei maggiori rischi d'infezione attorno a sistemi implantari a due fasi è relativo alla presenza di un "gap" tra l'impianto endosseo e il moncone; tale spazio può servire da serbatoio stagnante ai fini di reinfezione del solco perimpiantare. L'interfaccia osso-impianto rappresenta uno dei punti focali degli studi sulle cause del fallimento implantare. Nel 1996, Richard dichiarò che ogni divario tra impianto e moncone e tra moncone e protesi costituisce un serbatoio microbico capace di reinfettare il solco perimplantare. In assenza di flogosi, l'organismo si sforza di realizzare una barriera meccanica alla penetrazione batterica perimplantare e la mucosa che circonda l'impianto si ricopre così di tessuto ortocheratinizzato denso di fibre collagene. Tali fibre decorrono parallele alla superficie implantare, mimando il sigillo biologico costituito dal legamento parodontale.

Attualmente, il mercato offre un'ampia scelta d'impianti che differiscono tra loro per disegno, struttura, tipo e sede di connessione tra impianto e moncone, e tra moncone e sovrastruttura protesica. Data ormai per acquisita la validità del processo osteointegrativo del titanio nei confronti dei tessuti duri orali, le diverse case produttrici d'elementi implantari si sono dedicate alla ricerca di varianti strutturali tese a migliorare le caratteristiche funzionali e la durata nel tempo degli impianti stessi. Il complesso impianto-moncone-protesi presenta soluzione di continuità a due livelli, in altre parole dove le tre parti si connettono tra loro. La giunzione impianto-moncone, in base alle diverse case produttrici, può situarsi sotto, sopra, o a livello della cresta ossea. La giunzione moncone-protesi può essere anch'essa localizzata a livelli differenti, ma solitamente risiede a livello iuxtagengivale. Tuttavia, pur di fronte ad una così evidente affermazione, non mancano certo i casi d'insuccesso. Per esempio, eccessivi carichi masticatori, impianti dalle forme non geometricamente corrette o errori nel posizionamento da parte dell'odontoiatra possono portare a breve o a lungo termine al fallimento dell'impianto dentale con la solita ricaduta sul paziente.

Uno dei punti più dibattuti, riguardante il fallimento degli impianti dentali, è certamente il riassorbinento della cresta ossea e la distribuzione degli sforzi lungo l'intera struttura dell'impianto. Attualmente, quasi tutte le filosofie impiantologiche sono fautrici di tecniche d'inserzione degli impianti in cresta. Negli studi condotti su impianti Brånemark, si sono riscontrati, per esempio, un riassorbimento osseo pari a 1 mm nel primo anno di funzionamento e, negli anni successivi, una perdita media annuale pari a 0,2 mm. è chiaro che tutto ciò può portare, nell'arco di poco tempo, a considerevoli perdite ossee, a locali infezioni e accumuli di placca batterica, con conseguente mobilizzazione protesica e con ricadute gravose sul paziente. Ruolo fondamentale per il mantenimento nel tempo dell'osteointegrazione riveste la biomeccanica implantare, soprattutto per quanto riguarda il trasferimento dei carichi occlusali alle strutture ossee, e le relative problematiche circa la connessione impianto-abutment. L'uso di modelli matematici "Finite Element Analysis (FEA)" affiancati ai test condotti in laboratorio rappresenta un insieme di metodi validi in grado di fornire preziose informazioni al riguardo. Tutto ciò si riflette sullo studio dei fenomeni di rimodellamento osseo come risposta al carico protesico dei tessuti biologici.

Il presente lavoro vuole essere di duplice servizio: illustrativo circa l'attività di ricerca condotta nell'ambito dell'implantologia moderna con valutazioni scientifiche sugli aspetti strutturali, biologici e biomeccanici degli impianti dentali e di stato dell'arte sulla sistematica implantare BICON®. In particolare, per quanto riguarda l'analisi strutturale la ricerca ha coinvolto solo la sistematica implantare BICON® attraverso test meccanici di compresssione, mentre per gli aspetti biologici e biomeccanici come confronto tra la sistematica BICON® e le sistematiche universalmente riconosciute dalla comunità odontoiatrica che sfruttano l'uso di viti per fissare l'abutment alla fixture.

 

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L'edentulismo rappresenta un problema sociale d'estrema importanza: il "National Institute of Dental Research" ha rilevato come, ad esempio, il 42% della popolazione americana sopra i 65 anni, e il 4% in età compresa tra i 34 e i 64 anni, mostra una parziale o completa assenza di denti naturali, con necessario ripristino della funzione masticatoria per mezzo di protesizzazioni fisse o rimovibili. La protesi rimovibile di tipo tradizionale è spesso poco tollerata sia per motivi psicologici sia funzionali, causa dell'estrema difficoltà di preparare un manufatto soddisfacente soprattutto in termini di stabilità. L'uso d'impianti dentali può risolvere o migliorare queste problematiche, consentendo in alcuni casi il confezionamento di una protesi fissa al posto di quella rimovibile, in altri dando stabilità a protesi rimovibili.

Dati alla mano circa l'andamento del mercato mondiale odontoiatrico indicano come in alcuni settori del dentale ci sia un certo ristagno in termini di crescita di mercato, mentre per quanto riguarda l'implantologia si è avuta in questi anni, quasi in controtendenza, una rapida evoluzione. La crescita più importante si è avuta nel mercato giapponese, in successione in quello americano e, subito a ruota, in quello europeo. Per decenni l'odontostomatologo ha desiderato un sistema valido e sicuro per ancorare le protesi rimovibili alle ossa mascellari. Impianti con diverse forme sono stati proposti ed utilizzati allo scopo di garantire efficienza e prevedibilità di risultati. A metà degli anni sessanta Brånemark rivelò un importante fenomeno biologico intercorrente tra tessuto osseo vitale e superficie di titanio, in seguito conosciuto come osteointegrazione. Egli osservò una connessione anatomica e funzionale tra il tessuto osseo e la superficie dell'impianto, anche se sottoposto a carichi statici e dinamici. Nella sua scia seguirono protocolli sperimentali e clinici per definire il successo della terapia implantare, riferibile alla qualità e alla quantità del tessuto osseo neoformatosi, ad impianto inserito, all'interfaccia fixture-tessuto biologico.

Grazie all'ottima integrazione che si realizza tra osso e titanio, la percentuale di successo implantare ha globalmente raggiunto l'85% a un anno e l'80% a 5 anni. Si è quindi verificata un'enorme espansione del numero di prodotti sul mercato, degli operatori che ne fanno uso e dei casi clinici eseguiti. L'attenzione dei clinici e delle case produttrici, si è rivolta pertanto a identificare le cause responsabili della quota degli insuccessi residui, al fine di ovviarle. Negli ultimi anni si sono così moltiplicati gli studi e le sperimentazioni "in-vivo" e "in-vitro". Dall'analisi della letteratura si evince che l'insuccesso implantare debba prevalentemente ricondursi ad un carico scorretto o ad infezione batterica, oppure ad entrambi questi fattori. Lo stato di malattia e di salute dei tessuti perimplantari è indotto dalle stesse variazioni di flora batterica che avvengono nel parodonto, attorno agli elementi naturali.

Tuttavia, sebbene non esista un'associazione causale tra tipo di flora e fallimento impiantare, è universalmente riconosciuto che un'elevata carica batterica (macroscopicamente visibile come accumulo di placca) sia la causa dell'infiammazione parodontale e del riassorbimento osseo perimplantare. In implantoprotesi i nemici più temibili, dal punto di vista microbiologico, sono la perimplantite e il riassorbimento angolare. Uno dei maggiori rischi d'infezione attorno a sistemi implantari a due fasi è relativo alla presenza di un "gap" tra l'impianto endosseo e il moncone; tale spazio può servire da serbatoio stagnante ai fini di reinfezione del solco perimpiantare. L'interfaccia osso-impianto rappresenta uno dei punti focali degli studi sulle cause del fallimento implantare. Nel 1996, Richard dichiarò che ogni divario tra impianto e moncone e tra moncone e protesi costituisce un serbatoio microbico capace di reinfettare il solco perimplantare. In assenza di flogosi, l'organismo si sforza di realizzare una barriera meccanica alla penetrazione batterica perimplantare e la mucosa che circonda l'impianto si ricopre così di tessuto ortocheratinizzato denso di fibre collagene. Tali fibre decorrono parallele alla superficie implantare, mimando il sigillo biologico costituito dal legamento parodontale.

Attualmente, il mercato offre un'ampia scelta d'impianti che differiscono tra loro per disegno, struttura, tipo e sede di connessione tra impianto e moncone, e tra moncone e sovrastruttura protesica. Data ormai per acquisita la validità del processo osteointegrativo del titanio nei confronti dei tessuti duri orali, le diverse case produttrici d'elementi implantari si sono dedicate alla ricerca di varianti strutturali tese a migliorare le caratteristiche funzionali e la durata nel tempo degli impianti stessi. Il complesso impianto-moncone-protesi presenta soluzione di continuità a due livelli, in altre parole dove le tre parti si connettono tra loro. La giunzione impianto-moncone, in base alle diverse case produttrici, può situarsi sotto, sopra, o a livello della cresta ossea. La giunzione moncone-protesi può essere anch'essa localizzata a livelli differenti, ma solitamente risiede a livello iuxtagengivale. Tuttavia, pur di fronte ad una così evidente affermazione, non mancano certo i casi d'insuccesso. Per esempio, eccessivi carichi masticatori, impianti dalle forme non geometricamente corrette o errori nel posizionamento da parte dell'odontoiatra possono portare a breve o a lungo termine al fallimento dell'impianto dentale con la solita ricaduta sul paziente.

Uno dei punti più dibattuti, riguardante il fallimento degli impianti dentali, è certamente il riassorbinento della cresta ossea e la distribuzione degli sforzi lungo l'intera struttura dell'impianto. Attualmente, quasi tutte le filosofie impiantologiche sono fautrici di tecniche d'inserzione degli impianti in cresta. Negli studi condotti su impianti Brånemark, si sono riscontrati, per esempio, un riassorbimento osseo pari a 1 mm nel primo anno di funzionamento e, negli anni successivi, una perdita media annuale pari a 0,2 mm. è chiaro che tutto ciò può portare, nell'arco di poco tempo, a considerevoli perdite ossee, a locali infezioni e accumuli di placca batterica, con conseguente mobilizzazione protesica e con ricadute gravose sul paziente. Ruolo fondamentale per il mantenimento nel tempo dell'osteointegrazione riveste la biomeccanica implantare, soprattutto per quanto riguarda il trasferimento dei carichi occlusali alle strutture ossee, e le relative problematiche circa la connessione impianto-abutment. L'uso di modelli matematici "Finite Element Analysis (FEA)" affiancati ai test condotti in laboratorio rappresenta un insieme di metodi validi in grado di fornire preziose informazioni al riguardo. Tutto ciò si riflette sullo studio dei fenomeni di rimodellamento osseo come risposta al carico protesico dei tessuti biologici.

Il presente lavoro vuole essere di duplice servizio: illustrativo circa l'attività di ricerca condotta nell'ambito dell'implantologia moderna con valutazioni scientifiche sugli aspetti strutturali, biologici e biomeccanici degli impianti dentali e di stato dell'arte sulla sistematica implantare BICON®. In particolare, per quanto riguarda l'analisi strutturale la ricerca ha coinvolto solo la sistematica implantare BICON® attraverso test meccanici di compresssione, mentre per gli aspetti biologici e biomeccanici come confronto tra la sistematica BICON® e le sistematiche universalmente riconosciute dalla comunità odontoiatrica che sfruttano l'uso di viti per fissare l'abutment alla fixture.

 

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Dati alla mano circa l'andamento del mercato mondiale odontoiatrico indicano come in alcuni settori del dentale ci sia un certo ristagno in termini di crescita di mercato, mentre per quanto riguarda l'implantologia si è avuta in questi anni, quasi in controtendenza, una rapida evoluzione. La crescita più importante si è avuta nel mercato giapponese, in successione in quello americano e, subito a ruota, in quello europeo. Per decenni l'odontostomatologo ha desiderato un sistema valido e sicuro per ancorare le protesi rimovibili alle ossa mascellari. Impianti con diverse forme sono stati proposti ed utilizzati allo scopo di garantire efficienza e prevedibilità di risultati. A metà degli anni sessanta Brånemark rivelò un importante fenomeno biologico intercorrente tra tessuto osseo vitale e superficie di titanio, in seguito conosciuto come osteointegrazione. Egli osservò una connessione anatomica e funzionale tra il tessuto osseo e la superficie dell'impianto, anche se sottoposto a carichi statici e dinamici. Nella sua scia seguirono protocolli sperimentali e clinici per definire il successo della terapia implantare, riferibile alla qualità e alla quantità del tessuto osseo neoformatosi, ad impianto inserito, all'interfaccia fixture-tessuto biologico.

Grazie all'ottima integrazione che si realizza tra osso e titanio, la percentuale di successo implantare ha globalmente raggiunto l'85% a un anno e l'80% a 5 anni. Si è quindi verificata un'enorme espansione del numero di prodotti sul mercato, degli operatori che ne fanno uso e dei casi clinici eseguiti. L'attenzione dei clinici e delle case produttrici, si è rivolta pertanto a identificare le cause responsabili della quota degli insuccessi residui, al fine di ovviarle. Negli ultimi anni si sono così moltiplicati gli studi e le sperimentazioni "in-vivo" e "in-vitro". Dall'analisi della letteratura si evince che l'insuccesso implantare debba prevalentemente ricondursi ad un carico scorretto o ad infezione batterica, oppure ad entrambi questi fattori. Lo stato di malattia e di salute dei tessuti perimplantari è indotto dalle stesse variazioni di flora batterica che avvengono nel parodonto, attorno agli elementi naturali.

Tuttavia, sebbene non esista un'associazione causale tra tipo di flora e fallimento impiantare, è universalmente riconosciuto che un'elevata carica batterica (macroscopicamente visibile come accumulo di placca) sia la causa dell'infiammazione parodontale e del riassorbimento osseo perimplantare. In implantoprotesi i nemici più temibili, dal punto di vista microbiologico, sono la perimplantite e il riassorbimento angolare. Uno dei maggiori rischi d'infezione attorno a sistemi implantari a due fasi è relativo alla presenza di un "gap" tra l'impianto endosseo e il moncone; tale spazio può servire da serbatoio stagnante ai fini di reinfezione del solco perimpiantare. L'interfaccia osso-impianto rappresenta uno dei punti focali degli studi sulle cause del fallimento implantare. Nel 1996, Richard dichiarò che ogni divario tra impianto e moncone e tra moncone e protesi costituisce un serbatoio microbico capace di reinfettare il solco perimplantare. In assenza di flogosi, l'organismo si sforza di realizzare una barriera meccanica alla penetrazione batterica perimplantare e la mucosa che circonda l'impianto si ricopre così di tessuto ortocheratinizzato denso di fibre collagene. Tali fibre decorrono parallele alla superficie implantare, mimando il sigillo biologico costituito dal legamento parodontale.

Attualmente, il mercato offre un'ampia scelta d'impianti che differiscono tra loro per disegno, struttura, tipo e sede di connessione tra impianto e moncone, e tra moncone e sovrastruttura protesica. Data ormai per acquisita la validità del processo osteointegrativo del titanio nei confronti dei tessuti duri orali, le diverse case produttrici d'elementi implantari si sono dedicate alla ricerca di varianti strutturali tese a migliorare le caratteristiche funzionali e la durata nel tempo degli impianti stessi. Il complesso impianto-moncone-protesi presenta soluzione di continuità a due livelli, in altre parole dove le tre parti si connettono tra loro. La giunzione impianto-moncone, in base alle diverse case produttrici, può situarsi sotto, sopra, o a livello della cresta ossea. La giunzione moncone-protesi può essere anch'essa localizzata a livelli differenti, ma solitamente risiede a livello iuxtagengivale. Tuttavia, pur di fronte ad una così evidente affermazione, non mancano certo i casi d'insuccesso. Per esempio, eccessivi carichi masticatori, impianti dalle forme non geometricamente corrette o errori nel posizionamento da parte dell'odontoiatra possono portare a breve o a lungo termine al fallimento dell'impianto dentale con la solita ricaduta sul paziente.

Uno dei punti più dibattuti, riguardante il fallimento degli impianti dentali, è certamente il riassorbinento della cresta ossea e la distribuzione degli sforzi lungo l'intera struttura dell'impianto. Attualmente, quasi tutte le filosofie impiantologiche sono fautrici di tecniche d'inserzione degli impianti in cresta. Negli studi condotti su impianti Brånemark, si sono riscontrati, per esempio, un riassorbimento osseo pari a 1 mm nel primo anno di funzionamento e, negli anni successivi, una perdita media annuale pari a 0,2 mm. è chiaro che tutto ciò può portare, nell'arco di poco tempo, a considerevoli perdite ossee, a locali infezioni e accumuli di placca batterica, con conseguente mobilizzazione protesica e con ricadute gravose sul paziente. Ruolo fondamentale per il mantenimento nel tempo dell'osteointegrazione riveste la biomeccanica implantare, soprattutto per quanto riguarda il trasferimento dei carichi occlusali alle strutture ossee, e le relative problematiche circa la connessione impianto-abutment. L'uso di modelli matematici "Finite Element Analysis (FEA)" affiancati ai test condotti in laboratorio rappresenta un insieme di metodi validi in grado di fornire preziose informazioni al riguardo. Tutto ciò si riflette sullo studio dei fenomeni di rimodellamento osseo come risposta al carico protesico dei tessuti biologici.

Il presente lavoro vuole essere di duplice servizio: illustrativo circa l'attività di ricerca condotta nell'ambito dell'implantologia moderna con valutazioni scientifiche sugli aspetti strutturali, biologici e biomeccanici degli impianti dentali e di stato dell'arte sulla sistematica implantare BICON®. In particolare, per quanto riguarda l'analisi strutturale la ricerca ha coinvolto solo la sistematica implantare BICON® attraverso test meccanici di compresssione, mentre per gli aspetti biologici e biomeccanici come confronto tra la sistematica BICON® e le sistematiche universalmente riconosciute dalla comunità odontoiatrica che sfruttano l'uso di viti per fissare l'abutment alla fixture.

 

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L'edentulismo rappresenta un problema sociale d'estrema importanza: il "National Institute of Dental Research" ha rilevato come, ad esempio, il 42% della popolazione americana sopra i 65 anni, e il 4% in età compresa tra i 34 e i 64 anni, mostra una parziale o completa assenza di denti naturali, con necessario ripristino della funzione masticatoria per mezzo di protesizzazioni fisse o rimovibili. La protesi rimovibile di tipo tradizionale è spesso poco tollerata sia per motivi psicologici sia funzionali, causa dell'estrema difficoltà di preparare un manufatto soddisfacente soprattutto in termini di stabilità. L'uso d'impianti dentali può risolvere o migliorare queste problematiche, consentendo in alcuni casi il confezionamento di una protesi fissa al posto di quella rimovibile, in altri dando stabilità a protesi rimovibili.

Dati alla mano circa l'andamento del mercato mondiale odontoiatrico indicano come in alcuni settori del dentale ci sia un certo ristagno in termini di crescita di mercato, mentre per quanto riguarda l'implantologia si è avuta in questi anni, quasi in controtendenza, una rapida evoluzione. La crescita più importante si è avuta nel mercato giapponese, in successione in quello americano e, subito a ruota, in quello europeo. Per decenni l'odontostomatologo ha desiderato un sistema valido e sicuro per ancorare le protesi rimovibili alle ossa mascellari. Impianti con diverse forme sono stati proposti ed utilizzati allo scopo di garantire efficienza e prevedibilità di risultati. A metà degli anni sessanta Brånemark rivelò un importante fenomeno biologico intercorrente tra tessuto osseo vitale e superficie di titanio, in seguito conosciuto come osteointegrazione. Egli osservò una connessione anatomica e funzionale tra il tessuto osseo e la superficie dell'impianto, anche se sottoposto a carichi statici e dinamici. Nella sua scia seguirono protocolli sperimentali e clinici per definire il successo della terapia implantare, riferibile alla qualità e alla quantità del tessuto osseo neoformatosi, ad impianto inserito, all'interfaccia fixture-tessuto biologico.

Grazie all'ottima integrazione che si realizza tra osso e titanio, la percentuale di successo implantare ha globalmente raggiunto l'85% a un anno e l'80% a 5 anni. Si è quindi verificata un'enorme espansione del numero di prodotti sul mercato, degli operatori che ne fanno uso e dei casi clinici eseguiti. L'attenzione dei clinici e delle case produttrici, si è rivolta pertanto a identificare le cause responsabili della quota degli insuccessi residui, al fine di ovviarle. Negli ultimi anni si sono così moltiplicati gli studi e le sperimentazioni "in-vivo" e "in-vitro". Dall'analisi della letteratura si evince che l'insuccesso implantare debba prevalentemente ricondursi ad un carico scorretto o ad infezione batterica, oppure ad entrambi questi fattori. Lo stato di malattia e di salute dei tessuti perimplantari è indotto dalle stesse variazioni di flora batterica che avvengono nel parodonto, attorno agli elementi naturali.

Tuttavia, sebbene non esista un'associazione causale tra tipo di flora e fallimento impiantare, è universalmente riconosciuto che un'elevata carica batterica (macroscopicamente visibile come accumulo di placca) sia la causa dell'infiammazione parodontale e del riassorbimento osseo perimplantare. In implantoprotesi i nemici più temibili, dal punto di vista microbiologico, sono la perimplantite e il riassorbimento angolare. Uno dei maggiori rischi d'infezione attorno a sistemi implantari a due fasi è relativo alla presenza di un "gap" tra l'impianto endosseo e il moncone; tale spazio può servire da serbatoio stagnante ai fini di reinfezione del solco perimpiantare. L'interfaccia osso-impianto rappresenta uno dei punti focali degli studi sulle cause del fallimento implantare. Nel 1996, Richard dichiarò che ogni divario tra impianto e moncone e tra moncone e protesi costituisce un serbatoio microbico capace di reinfettare il solco perimplantare. In assenza di flogosi, l'organismo si sforza di realizzare una barriera meccanica alla penetrazione batterica perimplantare e la mucosa che circonda l'impianto si ricopre così di tessuto ortocheratinizzato denso di fibre collagene. Tali fibre decorrono parallele alla superficie implantare, mimando il sigillo biologico costituito dal legamento parodontale.

Attualmente, il mercato offre un'ampia scelta d'impianti che differiscono tra loro per disegno, struttura, tipo e sede di connessione tra impianto e moncone, e tra moncone e sovrastruttura protesica. Data ormai per acquisita la validità del processo osteointegrativo del titanio nei confronti dei tessuti duri orali, le diverse case produttrici d'elementi implantari si sono dedicate alla ricerca di varianti strutturali tese a migliorare le caratteristiche funzionali e la durata nel tempo degli impianti stessi. Il complesso impianto-moncone-protesi presenta soluzione di continuità a due livelli, in altre parole dove le tre parti si connettono tra loro. La giunzione impianto-moncone, in base alle diverse case produttrici, può situarsi sotto, sopra, o a livello della cresta ossea. La giunzione moncone-protesi può essere anch'essa localizzata a livelli differenti, ma solitamente risiede a livello iuxtagengivale. Tuttavia, pur di fronte ad una così evidente affermazione, non mancano certo i casi d'insuccesso. Per esempio, eccessivi carichi masticatori, impianti dalle forme non geometricamente corrette o errori nel posizionamento da parte dell'odontoiatra possono portare a breve o a lungo termine al fallimento dell'impianto dentale con la solita ricaduta sul paziente.

Uno dei punti più dibattuti, riguardante il fallimento degli impianti dentali, è certamente il riassorbinento della cresta ossea e la distribuzione degli sforzi lungo l'intera struttura dell'impianto. Attualmente, quasi tutte le filosofie impiantologiche sono fautrici di tecniche d'inserzione degli impianti in cresta. Negli studi condotti su impianti Brånemark, si sono riscontrati, per esempio, un riassorbimento osseo pari a 1 mm nel primo anno di funzionamento e, negli anni successivi, una perdita media annuale pari a 0,2 mm. è chiaro che tutto ciò può portare, nell'arco di poco tempo, a considerevoli perdite ossee, a locali infezioni e accumuli di placca batterica, con conseguente mobilizzazione protesica e con ricadute gravose sul paziente. Ruolo fondamentale per il mantenimento nel tempo dell'osteointegrazione riveste la biomeccanica implantare, soprattutto per quanto riguarda il trasferimento dei carichi occlusali alle strutture ossee, e le relative problematiche circa la connessione impianto-abutment. L'uso di modelli matematici "Finite Element Analysis (FEA)" affiancati ai test condotti in laboratorio rappresenta un insieme di metodi validi in grado di fornire preziose informazioni al riguardo. Tutto ciò si riflette sullo studio dei fenomeni di rimodellamento osseo come risposta al carico protesico dei tessuti biologici.

Il presente lavoro vuole essere di duplice servizio: illustrativo circa l'attività di ricerca condotta nell'ambito dell'implantologia moderna con valutazioni scientifiche sugli aspetti strutturali, biologici e biomeccanici degli impianti dentali e di stato dell'arte sulla sistematica implantare BICON®. In particolare, per quanto riguarda l'analisi strutturale la ricerca ha coinvolto solo la sistematica implantare BICON® attraverso test meccanici di compresssione, mentre per gli aspetti biologici e biomeccanici come confronto tra la sistematica BICON® e le sistematiche universalmente riconosciute dalla comunità odontoiatrica che sfruttano l'uso di viti per fissare l'abutment alla fixture.

 

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Ultimo aggiornamento Martedì 13 Aprile 2010 22:03
 

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